
È la domanda che ha attraversato il convegno “L’economia va a scuola. Quando è in comunione, non in competizione”, che abbiamo ospitato giovedì 10 settembre a Busto Garolfo nell’ambito della tre giorni dedicata all’Economia fraterna. Un confronto nato dal pensiero economico francescano, a ottocento anni dalla morte di San Francesco, ma capace di parlare in modo sorprendentemente concreto all’economia di oggi.
A dialogare, moderati dallo storico Gabriele Ruggeri, sono stati fra Felice Autieri, storico del francescanesimo e docente di Storia della Chiesa, e Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse. Le conclusioni sono state affidate al nostro presidente Roberto Scazzosi. L’incontro è stato preceduto dai saluti del sindaco Giovanni Rigiroli, dell’assessore Stefano Carnevali e del parroco don Giovanni Patella.
A ribaltare uno degli stereotipi più radicati è stato fra Felice Autieri: Francesco non si è mai scagliato contro il denaro o contro l’imprenditoria. Il problema nasce quando il denaro diventa strumento di prevaricazione e le dinamiche economiche finiscono per schiacciare la dignità della persona.
La scuola economica francescana sviluppò, anzi, una riflessione molto moderna sul capitale, sul rischio e sul ruolo dell’imprenditore: chi investe ha diritto a godere dei risultati economici del proprio rischio, ma l’investimento deve produrre effetti positivi anche per la società. E la visione francescana non può essere ridotta all’assistenzialismo: significa anche educazione all’uso del denaro, capacità di investire e creazione delle condizioni perché il credito possa diventare strumento di crescita. È in questa prospettiva che nacquero esperienze come i Monti di Pietà e i Monti Frumentari, capaci di rendere il credito accessibile anche a piccoli imprenditori e famiglie.
Un filo che Sergio Gatti ha portato direttamente fino al presente e al modello del Credito Cooperativo. Mutualità e comunità non sono soltanto valori dichiarati: diventano regole, meccanismi economici e scelte precise sulla destinazione del valore prodotto.
E qui ci sono due numeri che raccontano molto bene che cosa significa.
Almeno il 70% degli utili di una Bcc deve essere destinato a riserva indivisibile. Significa che una parte fondamentale del valore prodotto oggi non viene distribuita, ma contribuisce a costruire il patrimonio della banca e la sua capacità di continuare a finanziare l’economia anche domani. Gatti ne ha sottolineato la «funzione intergenerazionale»: il valore creato da una generazione rafforza una banca chiamata a continuare a operare anche per quelle successive.
Poi c’è il secondo numero: almeno il 95% del credito deve essere erogato a persone, famiglie e imprese che vivono o lavorano nel territorio di competenza della banca.
Gatti l’ha definita «finanza geocircolare»: il risparmio raccolto in un territorio viene trasformato, in larghissima parte, in credito nello stesso territorio. Una circolarità che significa sostenere imprese, progetti familiari, investimenti, occupazione e sviluppo là dove quelle risorse sono state generate.
È proprio qui che mutualità e comunità smettono di essere concetti astratti e diventano un modello.
L’utile resta indispensabile. Per le banche cooperative, che non sono quotate in Borsa, è la fonte essenziale di autofinanziamento e permette di rafforzare il patrimonio. Ma la questione decisiva è che cosa si fa di quel profitto e quale valore riesce a generare oltre il bilancio. Un conto è il profitto che produce investimenti, lavoro e sviluppo; un altro è quello che si disinteressa della comunità e di quella che la tradizione dell’economia civile definisce «pubblica felicità».
Un concetto antico e, allo stesso tempo, molto attuale. Gatti lo ha ricondotto ad Antonio Genovesi, titolare a Napoli nel 1754 della prima cattedra di economia, da lui definita Economia civile o «scienza della pubblica felicità». Perché il benessere individuale non nasce nel vuoto: una società nella quale funzionano scuola, salute, mobilità, servizi e accesso al credito crea le condizioni perché possano stare meglio anche le singole persone.
E la riflessione va ben oltre il sistema bancario. Mutualità e comunità possono essere strumenti per affrontare disuguaglianze, accesso alla salute e all’istruzione, cambiamento climatico, energia, mobilità e connessione digitale. Come ha ricordato Gatti, «senza soluzioni collettive certe esigenze individuali non si soddisfano».
È una visione nella quale ci riconosciamo profondamente e che il nostro presidente Roberto Scazzosi ha riportato alla domanda dalla quale era partito il confronto: che cosa resta, alla fine, dell’attività economica?
«I numeri contano – ha sottolineato –. Una banca deve essere solida e un’impresa deve essere sana, investire, crescere ed essere competitiva. Ma quando l’impresa ha prodotto, la banca ha finanziato, il reddito è stato generato e i conti sono stati chiusi, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo lasciato: un territorio più forte? Un’impresa che cresce e crea lavoro? Una famiglia che può realizzare un progetto? Un giovane che trova un’opportunità? Una comunità capace di prendersi cura delle persone?».
Per noi, quindi, non esiste una contrapposizione tra economia e solidarietà, efficienza e persone, impresa e comunità. La questione non è essere meno competitivi, ma domandarci per che cosa vogliamo essere competitivi.
Il profitto è necessario: serve a investire, innovare, creare occupazione e rendere solide le organizzazioni. Ma è uno strumento, non il fine. Il fine è produrre valore, e quel valore si misura certamente nei bilanci, ma anche negli effetti che produce.
È anche il senso delle nostre radici cooperative. Radici che non servono a rimanere fermi, ma a poter crescere senza perdere il rapporto con i territori e con le comunità alle quali apparteniamo. Perché la responsabilità sociale non può essere il “reparto buono” di un’organizzazione: deve stare dentro le decisioni, il credito, il rapporto con le imprese e il modo stesso di intendere la crescita.
«Dobbiamo tenere insieme sostenibilità economica e sostenibilità sociale – ha concluso Scazzosi –. Senza la prima non duriamo. Ma senza la seconda rischiamo di non sapere più perché esistiamo».
Ed è forse questa la domanda più importante che ci portiamo a casa dal confronto di Busto Garolfo: non soltanto quanto valore siamo stati capaci di produrre, ma quanto di quel valore siamo stati capaci di trasformare in bene comune.