
La prevenzione della violenza di genere comincia anche tra i banchi di scuola, dalla capacità di riconoscere per tempo parole, comportamenti, forme di controllo, disagi e cambiamenti che possono rappresentare i primi segnali di una situazione di violenza vissuta direttamente o assistita in famiglia. È questo il principio attorno al quale ruota il nuovo “Protocollo operativo per la gestione dei casi di violenza di genere nella scuola”, presentato mercoledì 23 settembre nell’Aula Magna dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese. Uno strumento nato per dare a dirigenti, insegnanti e personale educativo indicazioni concrete su cosa fare quando emerge un campanello d’allarme, sostenuto anche dalla Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, che ha finanziato la pubblicazione del volume.
Proprio dalla Bcc è arrivato in apertura un richiamo al valore della comunità e alla responsabilità condivisa nella prevenzione. Diego Trogher, vicepresidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, ha voluto innanzitutto riconoscere l’impegno di chi ha lavorato al progetto: «Faccio i complimenti a queste persone che, al di là del ruolo che hanno e dell’obbligo nei confronti delle comunità dove noi viviamo, lo fanno anche col cuore e questo va al di là del loro ruolo istituzionale».
Trogher ha quindi ricordato la natura stessa del credito cooperativo e il rapporto che lega la banca al territorio. «Noi facciamo parte di questa comunità. Siamo una banca, un credito cooperativo, che è diverso dalle altre banche. La banca ritorna sul territorio il 30 per cento degli utili e il resto dell’utile rimane a patrimonio».
Un impegno che si traduce nel sostegno a centinaia di iniziative durante l’anno. «Ricordo questo perché durante l’anno partecipiamo a circa 300 eventi come questo e significa che la nostra comunità è viva nell’aiutare e pensare al prossimo, in qualsiasi campo e in qualsiasi tipo di prevenzione». Un tema, quello della violenza e della necessità di prevenirla, che non può essere circoscritto soltanto al mondo degli adolescenti: «Non succede solo fra i giovani, succede in tutti i settori. Ma dobbiamo tutti insieme fare sì di evitarlo il più possibile».
Il vicepresidente della Bcc si è rivolto anche direttamente agli studenti presenti nell’Aula Magna, sottolineando l’importanza della comunicazione e dell’aiuto reciproco: «Dovete essere voi semplici a comunicarlo, aiutarvi e fare che questo non succeda». E ha evidenziato quanto occasioni come quella organizzata all’Insubria possano essere utili anche per avvicinare gli adulti alla realtà vissuta dai ragazzi: «Sono contento di essere qui ad ascoltare alcune cose che neanche noi adulti ormai sappiamo e che ci portano nel vostro mondo».
Per la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate è intervenuto anche Giovanni Masullo, Responsabile Area Territoriale Malpensa della banca, ha aperto il proprio intervento ricordando il legame personale con l’università: «Sono un po’ emozionato, anche con un po’ di malinconia, perché questi sono ambienti che ho vissuto da studente». Masullo ha quindi ringraziato chi ha lavorato alla realizzazione dell’iniziativa e il prefetto Salvatore Rosario Pasquariello per il coinvolgimento della banca: «Siamo onorati di essere stati coinvolti in questa iniziativa».
Il sostegno economico, ha però precisato Masullo, da solo non sarebbe sufficiente senza il lavoro di chi trasforma le risorse in progetti concreti. «Ii soldi senza le idee, senza l’impegno, senza una forte determinazione e una forte volontà servono a poco». Da qui l’invito rivolto a chi sta portando avanti il percorso: «Continuare in questo modo, con questa ferma volontà».
È dentro questa idea di comunità e responsabilità condivisa che si inserisce la seconda edizione del protocollo, risultato di un percorso costruito attraverso la collaborazione tra Prefettura di Varese, Ufficio scolastico territoriale, Università dell’Insubria, LIUC – Università Cattaneo e rete provinciale delle scuole “Questo non è amore”. Il documento aggiorna il lavoro avviato tre anni fa e guarda ora al prossimo triennio, rafforzando il contributo delle università e introducendo casi concreti capaci di orientare chi, all’interno degli istituti, si trova a gestire situazioni particolarmente delicate.
«Riconoscere tempestivamente un segnale può significare prevenire una violenza», ha sottolineato il prefetto di Varese Salvatore Rosario Pasquariello, richiamando il ruolo della scuola come uno dei luoghi nei quali possono diventare visibili per la prima volta un disagio, una violenza subita o assistita oppure una relazione fondata sul controllo e sulla sopraffazione.
«Rinnoviamo un protocollo che è stato operativo già per tre anni e lo andiamo a programmare anche per i prossimi tre anni con una nuova scuola polo», ha spiegato Pasquariello. «Ci sono anche le adesioni delle due università, l’Insubria e la LIUC, e quindi vogliamo fare approfondimenti anche scientifici ulteriori per poter meglio individuare precocemente i segnali di violenza subita o assistita da parte dei ragazzi in casa o anche a scuola. Per fare questo abbiamo anche preparato e rinnovato un vademecum che, con l’aiuto di esperti, ha individuato le modalità messe a disposizione degli operatori scolastici».
Uno strumento pensato innanzitutto per chi vive quotidianamente la scuola. «Il dirigente scolastico, gli insegnanti e gli operatori che lavorano a scuola possono così capire meglio se un ragazzo o una ragazza ha in corso un abuso o lo ha già subito», ha aggiunto il prefetto. «Sono tecniche che aiutano chi non è addetto ai lavori a capire se può individuare in modo preventivo qualche disagio e segnalarlo alle forze dell’ordine».
Rispetto alla prima versione, il documento è stato aggiornato anche alla luce dei cambiamenti intervenuti sul piano legislativo. «Abbiamo ampliato alcune tecniche di individuazione di questi fenomeni e soprattutto abbiamo aggiornato anche la normativa, perché in questi tre anni sono stati fatti altri passi in avanti da parte delle disposizioni normative», ha spiegato ancora Pasquariello. «Ci accingiamo quindi ad accompagnare per un altro triennio le scuole in questa opera importantissima di affiancamento dei ragazzi che, come dimostra anche il programma di oggi, restano i protagonisti».
Ed è proprio il bisogno manifestato dal mondo della scuola ad avere portato alla costruzione di uno strumento operativo. Lelia Mazzotta Natale, dell’Ufficio scolastico territoriale di Varese, lo definisce «una risposta a un bisogno specifico riscontrato negli anni da parte dei docenti».
«Come affrontare situazioni emergenti di violenza di genere nelle scuole? Cosa fare? Come muoversi senza creare ulteriori problemi e difficoltà, soprattutto ai ragazzi?», sono le domande dalle quali è partito il lavoro. «I docenti e i dirigenti lamentano la poca formazione sul tema. L’80 per cento dei docenti che abbiamo sentito nel corso degli anni lamenta proprio la mancanza di una formazione mirata. Sentono di non avere gli strumenti, sentono di non sapere cosa fare per affrontare la sempre maggiore complessità presentata dai nostri ragazzi e adolescenti».
Mazzotta insiste sulla necessità di trasformare la rete istituzionale in un sostegno concretamente utilizzabile da chi lavora negli istituti. «Risponde a un bisogno, a una necessità delle nostre scuole. I dirigenti fanno sempre più fatica a gestire situazioni di emergenza e chiedono il supporto di una rete istituzionale e territoriale che possa sostenerli nell’interesse prioritario dei ragazzi». Lo stesso vale per gli insegnanti: «A volte non si sentono preparati di fronte a segnali evidenti o meno evidenti che riscontrano nei loro alunni, e quindi è fondamentale una formazione mirata, per fornire loro strumenti operativi efficaci e funzionali».
Il protocollo prova dunque a rispondere alla domanda più difficile, quella che nasce nel momento in cui un insegnante si accorge che qualcosa non va: che cosa bisogna fare adesso? Il vademecum raccoglie le situazioni che più frequentemente possono presentarsi negli istituti e indica le possibili azioni da intraprendere. A disposizione di docenti e dirigenti c’è inoltre lo sportello raggiungibile all’indirizzo cosafare@istruzione.varese.it, al quale rivolgersi per chiedere supporto quando emergono situazioni sospette: lividi o ferite, disegni e scritti nei quali si manifesta un disagio, comportamenti che possono fare pensare a una violenza o situazioni nelle quali si presume un’inadeguatezza genitoriale.
A spiegare il carattere operativo del documento è anche Silvia Nanni, giurista e formatrice che da anni lavora su questi temi. «È uno strumento operativo, soprattutto per dirigenti scolastici e docenti, perché devono sapere che non sono soli nell’affrontare ciò che arriva a scuola come riflesso della violenza subita in famiglia o nelle relazioni, ma anche ciò che a volte nasce dalle dinamiche scolastiche stesse e sfocia in episodi di violenza incontenibili, a volte inenarrabili».
L’obiettivo, continua Nanni, è stato quello di mettere insieme conoscenza delle regole e capacità concreta di agire: «Abbiamo voluto realizzare uno strumento che raccogliesse i principi giuridici di base che ogni insegnante e ogni dirigente deve conoscere, ma soprattutto che accompagnasse i docenti con indicazioni operative concrete per affrontare queste dinamiche».
Per Nanni il protocollo rappresenta anche «un presidio di legalità», perché permette alla scuola di non affrontare in solitudine fenomeni che possono essere difficili persino da riconoscere. «È uno strumento che fa sì che la scuola non si senta sola nell’affrontare le dinamiche che purtroppo imperversano. La violenza di genere è un fenomeno subdolo e prepotentemente attuale che attraversa le nostre scuole. Noi abbiamo voluto dotare i dirigenti scolastici e gli insegnanti di uno strumento operativo che consenta loro di individuare quelli che sono i casi più comuni che attraversano le scuole e anche il riverbero della violenza domestica che spesso arriva a scuola».
Fondamentale, in questo percorso, è il rapporto con le forze dell’ordine. «È importante che la scuola tutta sappia che il rapporto con le forze di polizia deve essere quotidiano, deve essere una vicinanza davvero sentita, non ci devono essere timori», sottolinea Nanni. «Si deve lavorare in maniera sinergica, multiprofessionale, con quell’amorevolezza ma anche quella competenza granitica che è necessaria per affrontare queste situazioni».
È lo stesso messaggio portato davanti agli studenti da Angela De Santis, vicario del questore di Varese, che ha richiamato l’attenzione sulla persistenza del fenomeno nonostante la crescente sensibilizzazione pubblica. «I casi di violenza non decrescono e non si capisce come mai, data la grande attenzione mediatica. Perché continua questa violenza? Perché ci sono dinamiche ostili e dannose?». Poi l’appello diretto ai ragazzi: «Non siete soli. Le forze dell’ordine sono persone concrete e sono qui per sentirvi e ascoltare i vostri problemi. Rivolgetevi a noi».
Anche il comandante provinciale dei Carabinieri di Varese, colonnello Alessandro De Vico, ha scelto di parlare ai giovani richiamando l’importanza di un dialogo «senza formalismi e sovrastrutture». E lo ha fatto anche partendo dalla propria esperienza personale: «Sono preoccupato, ho tre figli adolescenti». Un modo per ricordare che il tema non appartiene soltanto alle istituzioni e agli specialisti, ma attraversa famiglie e comunità. L’auspicio espresso dal comandante è che nelle relazioni umane possano prevalere il bello e il rispetto.
La scuola, del resto, è il luogo nel quale le trasformazioni della società diventano immediatamente visibili. Il dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale Giuseppe Carcano ha sintetizzato questo ruolo ricordando che la scuola è «lo specchio della società di domani». Da qui la necessità di intervenire non soltanto quando la violenza è già avvenuta, ma prima, attraverso educazione, formazione e capacità di leggere i segnali.
Sul cambiamento culturale ha insistito anche l’assessora ai Servizi educativi e alle Pari opportunità del Comune di Varese, Rossella Dimaggio, ricordando il percorso costruito sul territorio. «Ogni giorno mi domando se abbiamo fatto abbastanza. Quella che arriva sotto i riflettori è spesso la fine tragica di una relazione tossica che ha i suoi segnali: prima la violenza psicologica, poi quella economica, poi quella sessuale e infine quella fisica».
Per Dimaggio la prevenzione passa quindi dalla capacità di intervenire molto prima dell’ultimo atto di violenza. «In questi dieci anni abbiamo fatto un lavoro ininterrotto e abbiamo costruito un’alleanza per iniziare a cambiare l’atteggiamento culturale». Il protocollo diventa così anche «un libretto prezioso per indicare la via di un nuovo atteggiamento culturale e l’attenzione verso sé stesse».
La revisione del protocollo introduce inoltre una dimensione ancora più concreta, come ha spiegato Alessandra Ferrario, referente della rete antiviolenza del Liceo Frattini. «Il protocollo serve per gestire concretamente all’interno delle scuole i casi che emergano legati alla violenza di genere o alla violenza assistita. La revisione si è resa necessaria perché abbiamo voluto inserire casi più concreti, che fossero maggiormente di guida per i docenti e i dirigenti, aderenti alla rete o anche esterni, perché chiunque può adottare questo protocollo, e per avere un’azione condivisa su una tematica che è veramente molto complessa e delicata».
Una necessità che deriva anche dalla particolare posizione nella quale si trovano insegnanti e dirigenti. «Noi siamo dirigenti e referenti dell’istituto capofila, che è il Frattini, della rete provinciale delle scuole, quindi abbiamo una cinquantina di scuole e questo momento è particolarmente prezioso», ha spiegato Ferrario. «Sono regole molto pratiche, che fanno riferimento ovviamente alle realtà più teoriche che stanno dietro. I dirigenti e i docenti sono comunque dei pubblici ufficiali, ma sono anche degli educatori e in questa doppia veste talvolta si trovano in difficoltà nella gestione di casi così delicati».
Protagonisti della mattinata sono stati soprattutto gli studenti. I ragazzi dell’ITC Einaudi di Varese hanno presentato il loro progetto di prevenzione, mentre gli studenti del Liceo Frattini hanno portato la voce delle scuole della rete provinciale “Questo non è amore”. Un coinvolgimento non simbolico, perché uno dei punti sui quali hanno insistito gli organizzatori è proprio la necessità di considerare gli adolescenti non semplici destinatari delle campagne di sensibilizzazione, ma parte attiva della prevenzione.
Alla presentazione hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, dell’università e del mondo scolastico. Accanto al prefetto Salvatore Rosario Pasquariello e al dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale Giuseppe Carcano erano presenti, tra gli altri, il presidente della Provincia Marco Magrini, l’assessora Rossella Dimaggio, Angela De Santis per la Questura, il comandante provinciale dei Carabinieri Alessandro De Vico, Paola Biavaschi, delegata dell’Università dell’Insubria per l’Uguaglianza di genere e le Pari opportunità, ed Eliana Alessandra Minelli, delegata del rettore della LIUC a Next Generation e Inclusione.
Ma il centro della mattinata è rimasto la scuola, con i suoi insegnanti e soprattutto con i suoi studenti. Perché il senso del protocollo non è aggiungere un altro documento alle procedure già esistenti, ma costruire una rete che sappia attivarsi quando emerge un segnale, prima che venga sottovalutato o che la situazione precipiti. Significa dare a un docente la possibilità di sapere chi chiamare e come comportarsi; significa permettere a un dirigente di non affrontare da solo una situazione delicata; significa creare un rapporto stabile con forze dell’ordine, università e istituzioni. E, soprattutto, significa fare arrivare ai ragazzi un messaggio semplice: chiedere aiuto è possibile e qualcuno deve essere pronto ad ascoltare.
«Non siete soli», è stato ripetuto durante la mattinata. Vale per gli studenti che vivono una situazione di violenza o ne sono testimoni, ma vale anche per gli insegnanti chiamati a riconoscerla e a decidere come intervenire. È attorno a questa rete, più ancora che alle singole procedure, che Varese prova a costruire la propria risposta: riconoscere i segnali, sapere cosa fare e intervenire prima che un campanello d’allarme diventi qualcosa di più grave.