
Non è stato solo un evento. È stato, prima di tutto, un tempo condiviso.
La convention 2026 della nostra banca ha portato tutti a Gardaland per due giorni costruiti con un obiettivo chiaro: uscire dalla quotidianità per ritrovare il senso di quello che facciamo insieme.
Il sabato è stato il momento più leggero solo in apparenza. Squadre, prove, sfide. Ma anche qualcosa in più. Perché accanto alle attività di team building c’era un’altra prova, meno dichiarata ma molto concreta: quella del coraggio. Salire sulle attrazioni più adrenaliniche del parco. E lì si è vista, ancora una volta, la squadra.
C’è chi è salito, chi si è fermato, chi ha incoraggiato, chi ha riso, chi ha fatto il tifo da terra.
Ruoli diversi, stesso spirito.
E in fondo è stata proprio questa la cosa più vera: non fare tutti la stessa cosa, ma esserci tutti dentro. Con modalità diverse, ma nella stessa partita.
La giornata è proseguita così, tra momenti informali e relazioni che si sono rafforzate naturalmente, fino alla sera: una cena vissuta davvero insieme, senza ruoli, senza distanze.
E poi il karaoke. Un finale che ha fatto emergere un altro pezzo di squadra: la capacità di mettersi in gioco, anche fuori dal proprio contesto abituale.
La domenica mattina è stata il momento del “perché”.
La convention, dal titolo “Crescita e persone: la nostra direzione”, ha messo a fuoco il punto in cui siamo arrivati e, soprattutto, quello che ci aspetta.
Sul palco il presidente, Roberto Scazzosi, il direttore generale, Roberto Solbiati, e il vice direttore generale, Annibale Bernasconi. Sono stati presentati i numeri del bilancio: risultati solidi, indicatori positivi, una banca che continua a crescere e a posizionarsi ai vertici del Gruppo.
Ma il messaggio è stato chiaro fin da subito: quei numeri non sono il punto di arrivo. Sono il livello raggiunto insieme. E quando si arriva a questo livello, la sfida cambia.
Si è parlato del nuovo modello organizzativo: il passaggio da sei hub a tre aree territoriali -Altomilanese, Malpensa e Varese- non come semplice riorganizzazione, ma come evoluzione del modo di lavorare, più integrato e più ampio.
Si è parlato soprattutto della crescita che ci aspetta: l’ingresso di quattro nuove filiali nel Varesotto, con tutto quello che questo comporta. Non solo numeri, ma persone. Nuovi colleghi, nuovi clienti, nuove storie.
E qui il tema è diventato ancora più concreto: accogliere, integrare, costruire continuità. Non chiedere agli altri di adattarsi, ma trovare un modo nuovo per lavorare insieme.
Perché è lì che si gioca davvero la qualità della crescita.
A chiudere la mattinata, l’intervento di Maurizia Cacciatori, ex capitana della Nazionale italiana di pallavolo e oggi formatrice e speaker, ha riportato tutto a una dimensione ancora più essenziale.
Ha raccontato la sua storia. Ma non partendo dalle vittorie. Ha parlato del percorso, delle difficoltà, delle scelte.
Del momento in cui ha capito davvero cosa significa squadra.
All’inizio, ha raccontato, contava solo la performance individuale. Fare bene il proprio. Essere la migliore.
Poi è arrivato il passaggio decisivo: comprendere che una squadra non è la somma dei singoli, ma qualcosa di diverso. Qualcosa che funziona solo se si impara a lavorare per gli altri, oltre che per sé.
E da lì la metafora più potente del suo intervento: quella della “cameriera”. Cioè la persona da cui Julio Velasco le ha detto di dover imparare. E lei ha capito: un leader è qualcuno che sa accogliere, capire chi ha davanti, adattarsi alle persone. Qualcuno che conosce bene il proprio lavoro, ma soprattutto sa mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi. Non è chi sta davanti. È chi rende gli altri migliori.
E in questo c’è tutto: squadra, integrazione, responsabilità.
Alla fine, il filo che ha tenuto insieme questi due giorni è stato uno solo. Non il luogo o il programma: le persone.
Perché, ancora una volta, è emerso con chiarezza che la nostra forza non sta nel fare tutti la stessa cosa. Sta nel fare le cose insieme.
E da qui si riparte.